ACCOMPAGNANDO HARRY A CASA
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Title: Bringing Harry Home Author name: Ivybelle Category: Romance Angst - Rating: G - Summary: In the moments after the final battle, the defeat of LV, Harry’s one wish is to go home. As those around him struggle with his request, it is Ron, Hermione and Ginny who, through the power of their love, answer his call. - Tradotto da Cuccussétte e Farlaghan - Dramma \ attenzione: il finale è ambiguo, nel senso che volutamente l'autrice non vuole dire se Harry sopravviverà o meno. L'importante è quello che ha fatto nella sua vita: sconfitto il male, raggiunto la fama per una causa buona, ha avuto amici, è stato amato. Di conseguenza, non assillatevi a voler immaginarlo morto o a sognare seguiti stie Hogwarts General Hospital - è un'one shot e tale deve essere considerata. Dopo la battaglia finale, Harry ha un solo desiderio: andare a casa.
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Harry affondò di più nell’abbraccio – cullato, tra sorrisi, sicuro. Poté sentirle la mano delicata carezzargli i capelli. Poteva sentire il calore del corpo in ogni parte che era a contatto.
La voce si riversava sopra di lui, onda dopo onda di suono rilassante. Il cuore le batteva in sincronia col ritmo delle parole, e lui scivolava, sapeva che era al sicuro in sua cura.
Sebbene sapesse che aveva perso conoscenza, Ginny continuava a tenerlo, e a sussurrargli. Gli disse che avevano vinto: Voldemort era stato sconfitto – sconfitto a punto tale che non sarebbe più tornato. La vittoria di Harry era stata completa, assoluta.
Gli disse tutto quello che sapeva di già – quanto lo amasse, quanto aveva bisogno di lui, quanto lo voleva. Solo lui. Sempre e per sempre.
E mentre parlava, di tanto in tanto, la luce si rapprendeva su una scheggia di vetro, schizzata dagli occhiali, e come se fosse la parte più preziosa di uno squisito pezzo di cristallo, con cautela la estrasse dalla faccia preziosa. Assente strofinò via il sangue.
*****
Ron era pieno di una rabbia così accecante, di un dolore così smisurato, e di un’angoscia così profonda, si sentiva come se fosse andato in così tanti pezzi, e ciascuno di loro lottava con l’altro per provare a ricomporsi. Ma la sua resistenza – sapeva che non poteva accettare quello che stava vedendo, quello che avvertiva, quello che stava pensando. Meglio restare frammentati, che dover riconoscere l’interezza di quel dolore.
Poiché non aveva conoscenza interiore su come trattare con quanto si confrontava con lui. E non aveva via di scarico per i suoi sentimenti. Non c’erano parole che significassero quello che stava provando. Nessuna parola poteva catturare il turbinare della sua mente. Nessuna parola poteva essere abbastanza rapida da esprimere ogni suo pensiero disperso.
E aveva paura. Così tanta paura. Si voltò in una direzione, poi in un’altra, e poi di nuovo indietro, poi oltre – sapendo di dovere fare qualcosa, ma non sapendo cosa. Sapeva che stava sprecando tempo prezioso, ma non vedeva alcun corso di eventi…
Era stato il primo ad aver raggiunto il fianco di Harry quando lo aveva visto cadere. Era corso giù dalla rampa di scale, tre, quattro scalini alla volta.
Si era proteso per confortarlo, la mano tremante, a mezz’aria, incapace di trovare un punto dove toccare Harry non gli avesse prodotto altro dolore. Si era inginocchiato nel suo sangue, per avvicinarsi tanto da sentirlo.
“Ron? Sei tu?”
“Sì, compagno. Prenditela calma, ok? Ogni cosa andrà bene. Non ti preoccupare.”
“Ron, è finita? Terminato? Devi fare qualcosa d’altro?”
“Non preoccuparti. È tutto fiito – hai vinto. Lui è andato,. Per sempre. Ogni cosa andrà bene. Prenditela con comodo, ok?”
“Ron, faresti qualcosa per me?”
“Ogni cosa. Cosa?”
“Portami a casa, ok? Voglio solo andare a casa.”
“Certo, compagno. Ti porterò a casa. Non ti preoccupare. Ma prenditela con comodo. Andrà tutto bene.”
E alla fine, si era allungato, aveva atteso che lo spasmo o il tremito finissero, e col movimento più delicato che avesse fatto mai in vita sua, carezzò piano la pelle sul dorso della mano spezzata di Harry. Un simile tocco fragile, un placido sussurrare tenero, tutto quello che poteva fare, tutto quello che poteva dire, tutto quello che poteva avvertire – tutto lì, in un solo tocco delicato.
E la gola bruciava, e inghiottì e inghiottì, e si ingozzò d’aria, e la rabbia crebbe allo stesso passo della sua angoscia. E insieme, da dentro, quasi lo annegarono
*****
Hermione afferrò la spalla di Ron, e decisa lo mise a parte. Un gruppo di Guaritori dal St. Mungo era arrivato, e mentre altri medicavano le molte altre vittime, Madama Pomfrey e i due Guaritori più anziani adesso s’occupavano di Harry. Hermione batté e batté le palpebre, cercando di non soccombere di nuovo alle lacrime, ma meglio quelle lacrime che quei singhiozzi fatti con tutto il corpo che era stata incapace di fermare mentre correva attraverso l castello in cerca di guaritori.
Poteva sentire Ron che tremava senza controllo, cercò di confortarlo abbracciandolo, ma si trovò respinta da un agitato Ron sul principio di una crisi.
< Dove stavi? Dove stavi? > la domanda di Ron, l’accusa dietro le parole, la colpì dritta attraverso il cuore. Poteva sentire la sua rabbia, vedere il suo lamento. Sapere che era intrappolato da qualche parte tra loro due.
Con pazienza infinita, lo guardò negli occhi, e gli diede il più grande regalo che poteva. Il suo cuore aperto. “Radunavo i Guaritori, Ron – lo sai. Ora sono qui per Harry. Guarirà. Cosa c’è? Dimmelo.”
Lei quasi arretrò dietro la sua furia, voleva nascondersi alla sua rabbia. Le afferrò così forte le spalle , che lei pensò che volesse staccarle la testa dal corpo.
< Dovevi essere ì! Dovevi avere sentito quello che ha detto! Dovevi sapere cosa voleva dire! > gli occhi rossi davanti a lei, pieni di lacrime. < Avresti dovuto essere lì …>
“Cosa c’è, amore? Cosa non va?”
Lo prese quando crollò nel suo lamento, si accasciò a terra con lui, il suo peso un carico prezioso. Nel conforto delle sue braccia, nella sicurezza del suo abbraccio, gridò la sua rabbia e il suo dolore. E Hermione iniziò il compito di rimettere insieme i pezzi, attendendo che Ron fosse abbastanza in sé da spiegare le sue parole.
“Tutto quello che vuole, dopo quello che ha fatto… tutto quello che vuole, è andare a casa.” La faccia di Ron si contorse, un misto di ira, lamento, e vergogna “Hermione, è il mio dannato miglior amico… lo ho appena visto salvarti la vita – gli devo tutto… per me è più di un fratello… Gli ho detto di sì, gli ho detto che lo avrei portato…” La parola uscì in singhiozzi. “Ma non so dove! Non so dove…”
*****
Più e più persone si erano radunate, stavano indietro rispettose, e consentivano ai guaritori dal volto angosciato di lavorare. Discussero il problema della casa di Harry.
Hogwarts? Grimmaud Place? La Tana? Di certo non dai Dursley. Ma dove?
E qualcosa di strano stava accadendo. Mentre gli studenti si erano radunati, si sostenevano e si confortavano l’un l’altro, gli insegnanti e gli altri adulti s’erano azzittiti. E, sebbene non fosse mai detto a voce alta, ciascuno sentiva la sessa domanda. Guardavano sfuggenti, esaminavano le proprie imputazioni, si guardavano tra di loro, volevano riconoscere, scambiare, colpevoli come avevano potuto permettere che accadesse? Come poteva non sapere nessuno? Tutte le loro speranze su lui, i loro piani, gli insegnamenti, il loro parlare di destino e profezie e la responsabilità che aveva di salvare il mondo – come potevano non averlo fornito di una casa? Come potevano non avergli fornito un rifugio, la sicurezza, il senso d’appartenenza, che si trovava solo nella propria casa? Come potevano non aver fatto quello per lui?
E la domanda rimase inascoltata…
*****
Ginny si fece strada tra loro, la caviglia fratturata era guarita da poco, tenera e legata, la faceva zoppicare. Ma era inarrestabile. Sebbene lo sentisse nell’anima, ascoltava di straforo frammenti di conversazioni mentre attraversava, e sapeva che era vivo.
Ron la vide arrivare, le vide la determinazione negli occhi, avvertì la fragilità che sottolineava la forza. Corse da lei, la abbracciò fiero e poi la condusse da lui. Il suo compito era chiaro, e a lei non sarebbe stato negato.
I Guaritori erano stati affaccendati, nel senso che avevano molto più da fare. Annuì a loro, giurò che non avrebbe interferito, si sedette alla testa di lui. Sentirono il potere di lei, acconsentirono, poi, con attenzione, la aiutarono a raccogliere Harry nel suo abbraccio.
Ron si chinò e disse a Harry: “Ginny è qua, compagno. Siede con te. Ginny è qua.”
E i tremiti di Harry si quietarono abbastanza perché radunasse ogni sua forza e dicesse, “Grazie.”
*****
I Guaritori lavorarono a lungo e con difficoltà, facendo tutto quello che potevano. Incoraggiarono la sua presenza, che era buona come giusta, e poiché comunque non se ne sarebbe andata. Harry si riaveva e se ne andava, qualche volta c’era, altre non c’era. Ma lei gli parlava costantemente. Calma, confortante e dolce – certe volte è la parola che conta, altre volte è solo il tono della voce.
Lei fu la sua forza, quando non aveva forze. Pianse il suo dolore quando lui non poté. Tenne duro, per lui.
E tra le parole d’amore, ricordò.
“Ron ha detto che volevi andare a casa. Dove vuoi andare, Harry?”
“Da te, Ginny. Dovunque tu vai. Sempre e per sempre.”
E lei sorrise per lui, e continuò a passargli la mano nei capelli, e sussurrargli parole calmanti, fino a che gli occhi dallo sguardo sfocato si chiusero lentamente, e scivolò sapendo che era amato, al sicuro e in sua cura: era a casa.

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